Indice Disinformazione e Covid-19: IL virus dell’odio verso l’altro introduzione Disinformazione nell’era digitale Quando l’emozione diviene mezzo di controllo



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Tesina politica internazionale

1.5 Verso un futuro migliore

La parte finale di questo elaborato si prefigge di dimostrare che all’interno della realtà internazionale, nel contesto sociale e politico, qualcosa sta cambiando. Lo scenario desolante che si è descritto finora sembra infatti illuminato da un qualche spiraglio di luce. Una luce che, seppur ancora fioca, ci fa ben sperare. In maniera peculiare, si vuole sottolineare il fatto che nel corso dell’anno appena trascorso non è mancata quella che ci appare come una presa di coscienza concernente la pericolosità della disinformazione e dunque del discorso di odio orientato soprattutto nei confronti delle minoranze etniche e dei protagonisti delle migrazioni. Quello stesso discorso di odio che, come abbiamo ormai compreso, è stato fin troppe volte diffuso mediante i dispositivi mediatici ed ha rappresentato una triste costante nel corso dell’emergenza pandemica che ha interessato il globo nella sua (quasi) interezza. Questa consapevolezza, accompagnata da una forte volontà di sensibilizzazione, si è manifestata, nella sua forma più alta, tramite i vertici della conformazione politica internazionale attuale.


Con il fine di avvalorare la nostra tesi, non possiamo non citare l’appello globale24 per far fronte e al contempo contrastare i discorsi di odio che è stato lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres agli inizi del mese di maggio 2020. Tale appello si configura come emblematica manifestazione di un momento storico tanto inaspettato quanto complicato, poiché riconducibile all’emergenza politica, economica e sociale scaturita dalla pandemia da Covid-19. Le parole di Guterres ci colpiscono per la loro semplicità ed immediatezza, ma questo non toglie nulla alla rilevanza e all’importanza di ciò che egli ci dice. Qui di seguito se ne riporta una parte, tradotta dalla lingua inglese alla lingua italiana:
COVID-19 non si cura di chi noi siamo, dove viviamo, in cosa crediamo o di qualunque altro criterio di distinzione. Occorre tutta la nostra solidarietà per affrontarlo insieme. Eppure, la pandemia continua a scatenare uno tsunami di odio e xenofobia, colpevolizzazione e caccia alle streghe. Il sentimento di ostilità contro gli stranieri è cresciuto in rete e nelle strade. Le teorie del complotto antisemite hanno proliferato e ci sono stati attacchi antimusulmani legati al COVID-19. Migranti e rifugiati sono stati dileggiati come origine del virus, negando loro di conseguenza accesso alle cure mediche. […] Dobbiamo agire adesso per rafforzare il sistema immunitario delle nostre società contro il virus dell’odio. Questa è la ragione del mio appello di oggi in favore di uno sforzo massimo per mettere fine all’incitamento all’odio su scala globale.25
Nel suo discorso Gutteres parla di due virus, quello clinico, che viene citato in primo luogo, ma anche e soprattutto il virus della coscienza, il virus che egli definisce in maniera chiara e senza mezzi termini “virus dell’odio”. E questo è importante, chiamare le cose con il loro nome ci aiuta infatti a venir meno a quella estraniazione che nella società “in rete” in cui viviamo è sempre più ingente e che spesso ci riguarda in prima persona. All’interno della stessa, guardando al migrante, non vediamo un uomo ma piuttosto una entità del tutto estranea, una entità che ci priva non solo della nostra identità, ma anche delle nostre certezze, del nostro spazio, delle nostre possibilità lavorative, sanitarie, esistenziali. Proprio in risposta a ciò nasce quell’odio sempre più incombente, invasivo, inarrestabile e demoniaco. Quest’ultimo viene diffuso tramite il mezzo mediatico che, il più delle volte, è strutturalmente sostenuto da interessi di natura eminentemente politica. Ed è proprio qui che entra in gioco quello che metaforicamente il segretario generale delle Nazioni Unite va a designare come sistema immunitario. Egli richiama un sistema che sia in grado di dare vita ad una difesa sì simbolica ma indissolubilmente rilevante. Una difesa che, giunti a questo punto, diviene ineluttabile per il futuro della nostra società, di questa società che non esitiamo a definire come globale. Partendo da ciò, siamo tenuti a comprendere di non essere più cittadini di una sola realtà nazionale, ma piuttosto cittadini del mondo. Capiamo, inoltre, che i diversi, i migranti, le comunità di qualsivoglia fede che sia differente dalla nostra, nella realtà non fanno che rappresentare noi stessi, sono infatti degli uomini come noi, con le nostre stesse preoccupazioni, e anzi, anche di più. Così come ci ricorda Guterres, siamo tutti uguali e non importa chi siamo, dove viviamo o in cosa crediamo. Rendere l’inclusività una costante nell’assetto sociale odierno è un dovere in primo luogo morale, oltre che civile. Il Covid-19 ha sicuramente sconvolto le nostre esistenze, ma ci ha al contempo ricordato quanto qualsivoglia forma di discriminazione di natura razziale non abbia alcun motivo di esistere. Il virus con la sua portata distruttrice ci ha reso tutti analogamente bisognosi di supporto e di conforto.
Al termine di questo elaborato si auspica che tale insegnamento possa pervenire all’opinione pubblica nella sua interezza e si auspica al contempo che il mezzo mediatico, in ogni sua forma, si dimostri all’altezza del compito assegnatogli, andando a dar vita ad una informazione realmente neutrale e soprattutto verificata. Un’informazione volta ad unire e non a dividere, ad includere e non ad escludere, ad accogliere e non ad allontanare, voltandosi poi dall’altra parte come se nulla fosse. Una comunicazione efficiente che possa rappresentare una variante simbolica del vaccino al Covid-19, un siero della mente che combatta l’odio in ogni sua forma, anche quella più radicata e impercettibile, in quanto basata sulla manipolazione delle notizie che ci giungono quotidianamente.


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