Giampaolo Dossena dizionario dei giochi con le parole



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loro significati. Singoli, senza cambiamento di significato. Vedremo

vari esempi, teniamo buono quello per cui da "sopravesti" si cavano

"sopra" e "vesti".

A questo punto vorrete controllare su un vocabolario se dico bene o

no. Vi sentirete risucchiati in un turbinìo di millenni, con riferimenti

al greco e al latino che non siete tenuti ad apprezzare. Vi resterà impresso, nella migliore delle ipotesi, il "cere comminuit brum" per

"cerebrum comminuit" di Ennio.

Tornando alla lingua italiana, si hanno tmesi apprezzabili in poesia: mezza parola sta alla fine di un verso, l'altra metà all'inizio del verso successivo. Due esempi, da Dante Alighieri e da Ludovico

Ariosto:
Così quelle carole, differente

mente danzando...

Fece la donna di sua man le sopravesti a cui l'arme converrian più fine.
La donna che fa le sopravesti si chiama Fiordiligi. Il cavaliere per cui

Fiordiligi fa le sopravesti muore poche ottave dopo e queste son le

sue ultime parole:
"Né men ti raccomando la mia Fiordi-"

ma non poté dir "-ligi", e qui finio.


La tmesi si giustifica con la morte. Nel Pascoli la tmesi si giustifica

(se volete giustificazioni) col sonno:


Si scaldavano un poco ora i marmocchi

a lei. L'ultimo, in terra, il capo ciondo

loni via via le urtava ai due ginocchi.

Ella parlò: "Se fosse qui quel biondo...


Senza morte e senza sonno Toti Scialoja ha "mosce-rini, veteri-nari,

rampi-cante, prestidigi-tatore" in rima con "calosce, Cerveteri, campi, Parigi". "ranto-lo" e "pipi-strelli" in assonanza con "antro" e "tripli"; "pagiie-riccio" e "zampi-rone" in consonanza con "sbaglio" e

"zampa" .

I versi famosi di Guido Gozzano, L'amica di nonna Speranza, sembrano normalissimi, ma se li leggiamo cadenzando l'alternanza di novenari e ottonari a un certo punto troviamo (vado arbitrariamente a

capo)
le tele di Massimo d 'Azeglio, le miniature,
i dagherrotipi: figure

sognanti in perplessità.


In tutti questi esempi il verso che finisce con la tmesi si comporta disinvoltamente come se finisse con una parola intera. Qualcosa di più

che disinvoltura in Monte Andrea:


Coralment' ò me stesso 'n ira, ca pporgo, a tal, mio dire, ca ppoco mi saria morte, s'i 'ne cappo!

Che svariato è tutto ciò c'apporta, e ancor tutto ciò c'à 'ppodere vera sentenza non v'acappo.

For di rasgioni- le quistioni- c'appone, son corrette, ca pponisce se stesso, tal fa incappo I

In altri casi un verso passa una sillaba al verso successivo: Pascoli:


E, quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d'oro.


Sono novenari. Il terzo verso potrebbe essere un novenario sdrucciolo. Ma allora al quarto verso mancherebbe una sillaba. Dunque bisogna leggere come se fosse:
Dei fulmini fragili resta-no cirri di porpora e d'oro.
In altri casi ancora il verso non passa la parte tagliata al verso successivo bensì la butta via: Montale:
o vero c'era il falòtico

mutarsi della mia vita,

lo schiudersi d'un'ignita

zolla che mai vedrò.


Sono tre ottonari e un senario tronco. Il primo ottonario sembrerebbe sdrucciolo (il segnaccento è messo dall'autore) ma può rimare con

"vedrò" a patto di non far sentire il "-tico". Si legge come fosse "o

vero c'era il falò", e poi c'è un calo di tensione, un'ombra. Montale

ama questi versi "ipèrmetri" (si dice così). Se li raggruppiamo con i

criteri dell' allitterazione, abbiamo casi di A.../...A, di AB.../A

"ALIto-ALI", "ASoli-cASCo" ma prevalentemente casi di ...A.../...A

col bellissimo "mirAColo-ubriACo" in testa:
ALBEri-fALBE

divIDono-grIDo

intrECCIAno-vECCIA

pALLIdo-vALLI

rUGGIne-fUGGI

sgrETola-cannETo

strEPIto-siEPI
Sin qui la tmesi riguarda parole tagliate a metà, la cui seconda metà

passa o scivola nel verso successivo o precipita nel burrone del nulla.

Ci possono essere tmesi di parole solidamente abbarbicate alla fine

del verso. Quando Dante Alighieri fa rimare "oncia-sconcia-non ci

ha", "oltre-sol tre-poltre" diciamo che fa una rima rotta o spezzata o

franta o composta. In questi casi il verso che dovrebbe essere tronco

risulta piano, tre parole come "non ci ha" fanno rima con "sconcia".

La cosa sembra meno buffa se si considerano altri esempi, sempre in

Dante Alighieri, dove due parole come "ne la" fanno rima con "vela"

(e "sol tre-oltre, almen tre-ventre, per li-merli, pur li-burli"). Ma è

buffo, in Annibal Caro, "caduche-su, che", con tanto di virgola in

mezzo, e "ruche-più che" (era un vizio).

In qualche caso può succedere che non si sappia se tagliare o no una

parola in due: nell'Inferno di Dante Alighieri, 24.14, si deve leggere

"iborni" o "i borni"? Nel Purgatorio 1.123 sembra sicuro che si debba leggere "ad orezza" ma per secoli alcuni hanno letto "adorezza".

Più seriamente, tanti poveri ragazzi han pagato caro il fraintendimento di "e suon di man con elle" in "e suon di manconelle" (sorta di zampogne).

In casi come "infatti-in fatti, cosiddetto-così detto" si ha variante

di forma.

(Un rictus da dizionario dei sinònimi e dei contrari: speculare alla

tmesi è la sintesi. Per sintesi a Venezia da "Giovanni-Paolo" salta

fuori "Zanipolo", a Roma da "Enoch-Elia" salta fuori "er Nocchilia".)

Si parla di "tmesi anche quando non si taglia in due una parola

bensì si separano un aggettivo e un sostantivo (o altre parti del discorso) che dovrebbero normalmente star ben legati. Citiamo un esempio spiritoso di Giuseppe Parini e uno poco spiritoso di Ugo

Foscolo:
le gravi per molto adipe dame;

bella d'erbe famiglia e d'animali.
Fin qui abbiam parlato di tagli e taglietti. Se ne posson fare di più

grossi, verticali e orizzontali.

Spieghiamo il taglio "verticale". Per tagliare a fette una parola bisogna immaginarla distesa orizzontalmente, come un salame sull'asse.

Il taglio awiene verticalmente, il coltello cala dall'alto. Con taglio

verticale può essere diviso in due un testo, che dunque risulta su due

colonne Se lo si legge per intero dà un senso, se si legge solo la colonna di destra o la colonna di sinistra il senso diventa tutt'altro. Ne

parla Voltaire, in Zadig. I francesi chiamano questo gioco "vers brisés" e citano di preferenza un testo lealista (il conte di Chambord, 1820-1883, è su tutte le enciclopedie):
Vive abamais

La famille royale

oublions désormais

La race impériale

Soyons donc le soutien

Du comte de Chamhord

C'est à lui qu'appartient

La raison du plus fort


l'empereur des Francais

est indigne de vivre:

la race des Capets,

doit seule lui survivre!

de ce Napoléon.

chassons l'ame hypocrite:

cette punition.

a son juste mérite.


Un testo può essere tagliato con una serie di tagli orizzontali, in modo che si presenti come una torta a vari strati. Vedi illustrazione n.

69. Si legge una riga sì e una no.


L'onorevole....... può definirsi un por

tento di abilità oltre che un uomo politi

co di prim' ordine. Meriterebbe di essere de

cantato con rime sacre, come ad altri è già

capitato. Meriterebbeun monumento di ster-

minata mole, che delle sue gesta desse l' e

co indistruttibile nei secoli, sì che il fe

lice amato nome di questo celebre legisla

tore giungesse fino ai nostri lontani nipoti.Scor-

giamo in lui l'uomo saggio e perciò lo sor-

reggiamo con tutte le nostre forze nel mu-

tevole clamore della folla; levando un applau

so a lui e al suo governo.
Illustrazione n. 69.
Volantino diffuso in varie circostanze, con il cognome dell'onorevole nello spazio

qui bianco. Qualora il cognome sia lungo, "onorevole" è sostituito da "on.".


Altri giochi di tmesi, più complessi, alla voce frammenti.

Ripetiamo che il meccanismo della tmesi dà il meglio di sé in giochi

di parole come tremare-tre/mare; aggiungiamo che serve anche

per giochi come la pseudo-sciarada e l' ossimoro nascosto.

Concludiamo che nella classificazione dei giochi di parole siamo

al punto I; ma un'operazione preliminare di tmesi è indispensabile

anche per i giochi che vanno dal punto J al punto Q: non si possono

fare operazioni di spostamento, capovolgimento, rimescolamento,

sostituzione, detrazione (o aggiunta) se non si prowede all'operazione del taglio, prima di tutto.
238 \topònimo - è il nome proprio di un luogo, per esempio "Torino". ("Antropotopònimo" è il nome degli abitanti di un luogo, per esempio "torinesi"; gli antropotopònimi sono essenziali per il gioco

dei Blasoni popolari.) Dividiamo il discorso in 5 capitoletti.

1. Studiando i topònimi si imparano etimologie bellissime. Teulada ha a che fare con le tegole, Segrate con la segale, Tratalias con le frattaglie, il Trebbia con la Drava, Verbicaro col castrato ("vervex"),

Antillo con antèlio (luogo opposto al sole).

2. Certe etimologie la gente crede di indovinarle, e ci indovina; in altri casi si sbaglia. C'è una strofetta messa in bocca a Federico Barbarossa, che si rivolge ai milanesi:
Io non venni da Lodi per lodarvi

né venni da Piacenza per piacervi:

son venuto da Crema per cremarvi.
Si impara che Lodi ha a che fare con le lodi e Piacenza col piacere.

Crema non ha a che fare col cremare (né con la crema: "la città più

dolce d'Italia! sul serio!" Crema è sul fiume Serio, il quale non ha a

che fare con la serietà).

Così Pagnacco non ha a che fare con il dio Pan più di quanto ombriano abia a che fare con l'ombra e con Giano. orzinuovi non ha a che fare né con l'orzo nè con gli orsi. Scaldasole non ha a che fare

con lo scaldarsi al sole bensì con lo sculdascio, funzionario amministrativo. Gadda faceva, popolareggiando da porcello, pesanti allusioni a Usmate e Cazzago, ma non si tratta di annusare nessun membro virile.

3. Credendo di indovinare certe etimologie (etimologie "sbagliate in

uona fede") la gente arriva a dire Trebisacce non sapendo cosa

c'entrasse il greco "trapezza = tavola" e dice Tremestieri non sapendo cosa c'entrassero i "monasteri".

4. Dall'altra parte della barricata i potenti brandiscono la roncola

dell'eufemismo ("sostituzione di una espressione propria e abituale

con una attenuata o alterata, suggerita da scrupolo morale o religioso

o da riguardosità"). Fanno adattamenti buffamente ipocriti (ribattezzano "Tutti in piedi" il vicolo che si chiamava Futimpedi perché ci siandava a far delle sveltine) o danno nella fantasia, magari ammantata

di riferimenti storico-scolastici. Un borgo in provincia di Viterbo fino al 1922 si chiamava Corneto. Ne parlò anche Dante Alighieri. Ma

sembrava che avesse troppo a che fare con le corna, si scherzava

troppo su Corneto e sulla Cornovaglia: i potenti indigeni preferirono

tagliar corto nascondendosi sotto altro nome, e così dal 1922 Corneto si chiama Tarquinia. Così Merdegò o Merdago diventa Verdegò

(allo stesso colore vira Cacavero diventando Campoverde). Petescia

diventa Turania, Porcile diventa Belfiore, Bragallo diventa Altomonte perché le braghe stanno accosto alle mutande e nelle mutande Pendolasco diventa Poggiridenti, Favale diventa Valsinni.

Melma diventa Silea, Pidocchio diventa osteria del Gallo, Brusaporco diventa Castelminio e non si può più dire l'Arciporco di Brusaprete (un gioco nella famiglia di caccia furiosa).

Merdassero in quel di Frassinere (Condovì, Torino) e un Merde (Casotto delle, frazione del comune di Torino) sono spariti senza lasciar tracce. Non so che fine abbia fatto il Merdaro, fiumicello della Terra

di Bari; so che Bonvesin da la Riva chiamava Merdarius il Lambro, e

Italo Calvino nel Barone rampante parla di un corso d'acqua Merdanzo (Fetenzo nell'edizione per le scuole del 1959). Piero Chiara ha collezionato toponimi lombardi come Cagamèi, Cagaroeula, Merdarola, Smerdaro (da controllare).

Forme di eufemismo meno comiche son quelle per cui Malamorte

diventa Belveglio, Malpasso diventa Belpasso da una parte e Blufi

dall'altra, Schiavi diventa Liberti. Forno di Canale diventa Canale

d'Agordo.

5. Senza pretesti di eufemismo, per purissimo arbitrio, i potenti trasformano Corsignano in Pienza, Castel Durante in Urbania, Pausula in Corridonia. C'è voglia di incensarsi e nobilitarsi, di fuggire dal

Medio Evo per rimontare ai classici: così Borgo San Donnino diventa Fidenza. Che Akragas diventi Agrigentum e Karkint e Girgenti, va bene. ma il passaggio da Girgenti a Agrigento contribuisce in Pirandello al mito della perdita di identità. Non temete che in odio agli

arabi Marsala diventi Lilibeo: è protetta dal vino e da Garibaldi. Se

Sauze d'oulx diventa Salice d'Ulzio ci rido sopra, ma se Maceiroun

diventa Maciarone piango la morte di una rarissima successione A-EI-o-U. E via via si passa rovinosamente da Tortolì a Arbatax, da Rocca Contrada a Arcevia, da Crapassito a Belsito, da Casalnovo a

Manduria, da Borgocollefegato a Borgorose. Dai con le rose, Montepagano diventa Roseto degli Abruzzi.

Alcuni angoli dell'infelice penisola si difendono chiamandosi ancora

Pascelupo e Strangolagalli (nelle provincie di Frosinone e Caserta),

Ussaramanna e Trembileno, Trepalle e Cava Tigozzi. Per fortuna i

potenti di Trofarello non sanno che il loro topònimo ha a che fare

con attività truffaldine e brigantesche, apparentandosi in ciò a Robassomero. Caresanablot permette ancora di far rima con le figlie di Lot. Possiamo mandare cartoline da Codròipo.

Edward Lear ha scavato nella miniera dei topònimi, e ben se ne ricorda chi scrive limericks. Già Iacopone da Todi aveva il gusto comico, giullaresco, di nominare paesini dimenticati da Dio come

Collestatte e Riguerci. All'opposto del comico involontario di un

tontolone come Niccolò Tommaseo che faceva rimare Tortona con

Vizzavona.

Tutto questo, sempre che si creda all'etimologia e alla storia delle parole. Ma in certi casi la gente continua ad avere dei dubbi. Una signora russa è appena arrivata in quello stato degli Usa che si chiama Virginia.

"Perché si chiama Virginia?" chiese ad un tratto la signora Bekuv. Il suo inglese era eccellente, ma parlava con una voce stranamente affettata e con una pronuncia mediocre, come di chi abbia imparato la lingua sui manuali.

"In onore della vergine regina d'Inghilterra" disse Mann. "Oh" disse la signora Bekuv, sospettando che Mann la prendesse in giro.

Così Len Deighton in Brilla brilla piccola spia.


239 \traduzione immaginaria - La "traduzione immaginaria" non va confusa con la "traduzione sbagliata". La traduzione immaginaria è volta al futuro: uno cerca di capire; la traduzione sbagliata è volta al passato: uno non ha capito.

La traduzione immaginaria, se correlabile alla lettura automatica (parente stretta, a sua volta, della scrittura automatica surrealistica) è una contea dei meccanismi psichici inconsci, e quindi dell'umorismo, laddove la traduzione sbagliata è un angiporto del comico e del professorale (o del comico professorale).

La traduzione immaginaria nasce da una pulsione a semantizzare che ha molle analoghe a quelle delle etimologie sbagliate in buona fede (vedi matrimonio gran destino).

Vediamo in atto tale pulsione alle voci pseudobifronte e bacedifo. Di fronte a testi variamente assurdi, come quelli che troviamo alle

voci bobina, elisi-ellissi, miniabbecedario, nelumbo, 1'"interpretazione" immaginaria è parente stretta di una "traduzione" immaginaria.
240 \travaglio-giravolta - Prendete la parola "travaglio", tagliatela in tante fette (9) quante sono le lettere che la compongono, e rimescolatele. Per far questo è bene scrivere la parola in lettere maiuscole distanziate, su una striscia di cartoncino, e poi sforbiciate il cartoncino in tanti quadratini, su ciascuno dei quali compaia una delle lettere; oppure si possono usare i tasselli dello Scrabble-Scarabeo. Nel rimescolamento, si può procedere alla cieca, per vedere se salta fuori qualcosa per caso; molte combinazioni risultano senza senso, per esempio -*? vartiloga; altre (se aiuta la fortuna, la costanza, un certo fiuto) possono essere parole sensate. Per esempio "giravolta" o "volgarità".

Nella classificazione dei giochi di parole siamo al punto O. Questo gioco ha un nome preciso, inequivocabile: -* anagramma. è un nome giusto: vien dal greco, "gramma" vuol dire "lettera". E un gioco che si fa con le lettere dell'alfabeto, è un gioco -*? alfabètico, funziona per l'occhio. Guardate il diverso valore che ha la G in "travaGlio", e in "Giravolta" e in "volGarità".

travaglio-tovaglia - Abbiamo già preso la parola "travaglio", l'abbiamo già tagliata in 9 fette, tante quante sono le lettere che la compongono, e rimescolando queste lettere ne abbiamo cavato un'altra parola, di 9 lettere: "giravolta".

Può saltar fuori "tovaglia", se scartiamo una lettera, la R.1 Mentre il gioco "travaglio-giravolta" è basato su un principio di taglio e rimescolamento, questo nuovo gioco "travaglio-tovaglia" è basato su due principi: quello di taglio e rimescolamento, e quello di detrazione di un elemento. Nella classificazione dei giochi di parole, "travaglio-giravolta" cade sotto il caso O, "travaglio-tovaglia" cade sotto i casi O e Q.

Questo ibrido di O e Q si chiama logogrifo. Anche questo gioco, spesso funziona solo per l'occhio: vedi illustrazione n. 70.

Se rimescoliamo le lettere di "travaglio" e ne caviamo "giravolta" facciamo un anagramma. Se ne caviamo "tovaglia" (scartando una r) o "volgari" (scartando una T e una a) ecc. facciamo dei logogrifi.


241 \tremare-tre/mare - La parola "tremare" può essere tagliata in lue fette, e ne risultano due diverse parole di diverso significato: "tre" e "mare".

Nella classificazione dei giochi di parole siamo al punto I. Questo gioco è alla base di indovinelli chiamati sciarade. Nelle tragiche ore in cui i bersaglieri stavano per entrare in Roma per la breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870, il papa Pio ix, Giovanni Maria Mastai Ferretti, compose una sciarada, che diede poi il titolo a un libro di Giulio Andreotti: La sciarada di Papa Mastai (1967). La sciarada diceva, con due endecasillabi e un novenario miserabile:

Il tre non oltrepassa il mio primiero. E l'altro molto vasto e molto infido che spesso fa provar l'intero.

Soluzione: primiero (prima parola) = tre; altro (seconda parola) =

mare; intero = tremare.

(Forse Giulio Andreotti non ha orecchio per la metrica; forse Papa

Mastai scrisse "tanto che spesso fa provar l'intero".)2

Ma non è obbligatorio che il gioco di parole si celi nell'indovinello

detto sciarada come un pisello nel suo baccello. Può starsene nudo e

sbucciato, sia nei poeti sia nella tradizione pueril-popolare.

Cominciamo con i poeti. Antonio da Tempo:

Vostre vertute non son di ver tute, e se vi dimostro, però non 'l dì mostro.

Maestro Rinuccino:

Fonte, c'asenni 'l mar, di senno fo 'n te

Monte, che 'n alto sali, eo vegio mo' n te

ponte di gran valenza, il mi cor pon te

conte, le tue parole voria con te nave, di cui lo mar sospetto n 'ave...

Il più bravo di tutti è sempre Francesco Petrarca:

Quand'io veggio dal ciel scender l'Aurora

con la fronte di rose e co' crin d'oro,

Amor m'assale: ond'io mi discoloro

e dico sospirando: Ivi è Laura ora.

(qui il gioco funziona all'orecchio, non all'occhio). Giochi ancor più spericolati fa il Petrarca con "Lauretta = LAU-RE-TA = LAUdando - REal - TAci" (vedi vespa), ma il gioco più famoso, che tutti conoscono, che sembra normale, è "Laura-l'aura", con l'ingrediente minimo dell'articolo "l" (quasi una deglutinazione dell'articolo presunto, come nell'-* afèresi "lapis-l'apis"). Aveva fatto l'identico gioco Guittone d'Arezzo:

Non manti acquistan l'oro, ma l'oro loro...

("Oro" ha O larga, "loro" ha O stretta: c'è anche un gioco del tipo colla-colla.)

Con un altro ingrediente minimo, "s"', Trilussa ha scritto:

Contenta e giuliva s'offriva e soffriva. (La donna che s'offre, se apostrofa l'esse, ha tutto interesse di dire che soffre.)

Stiamo uscendo dal nobile castello dei poeti, stiamo entrando nei sobborghi popolari e infantili. A Roma, piazza Navona, il palazzo Pamphilii fu donato da Innocenzo X alla cognata Olimpia Maidalchini, nota come "la Pimpaccia di piazza Navona", o "olim pia".

Ve lo dico,

ve lo ripeto,

ve lo torno a replicar,

e se non l'intenderete

un grand'asino sarete.

Si deve intendere "velo". Secondo esempio:

Tirsi, Clorinda e Glori

givan cogliendo fiori.

Chi sì, chi no ne colse.

Chi raccoglieva fiori?

Tirsi, Clorinda o Clori?

Raccolse fiori "chi si chinò". (Qui le parole in gioco sono 4 e 3.) Nel 1910 la Illustrazione italiana pubblicò questi versi di Giacomo Puccini, dedicati a un colluttorio:

Lodo l'ODOL, LO DOLce licor

che LO DOLor del dente

scaccia di sovente.

Io LO DO La sera

e la mattina in acqua

pel dente miO DOLente.

Mimi, RODOLfi tutti

che avete denti brutti

adoperate l'ODOL,

e a mODO Li terrete.

O DOLlari piovete!
Giancarlo Cabella ha scritto:

Giunsi a Torino con la laringite, e l'aria di Torino mi guarì. Oh, Torino, laringoiatra!

E chi ci libererà dei greci e dei romani? Alessandro Magno assediava la città di Tiro e sognò di inseguire un satiro. Finalmente lo prese. Chiarito che l'oggetto del sogno, "Satyros", andava tagliato in due

fette, "sa Tyros: Tiro (è) tua", la città fu subito conquistata. Così in

Plutarco.

Un tale non sapeva se gli convenisse o meno partire per un viaggio.

Rivoltosi a un oracolo ebbe questa risposta: dominestes, da intendere

"Domine, stes: signore, resta a casa" oppure "Domi ne stes: a casa

non restare".

In un carme priapeo:

Curri loquor una mihi peccatur litera, nam T P dico semper.

Quando parlo sbaglio sempre una lettera, infatti dico sempre T al posto di P. In latino la lettera T si chiamava "te" e la lettera P si chiamava "pe", quindi "TP dico" si leggeva "te pe dico", "te pedico", e andatevi a cercare sul vocabolario il verbo "pedicare". Ancora un po' osé, un gioco interlinguistico.

Agata, versi di Gigi Pisano, musica di Giuseppe Cioffi, anno 1937; lanciata da Nino Taranto, rilanciata da Nino Ferrer:

Tu mi tradisci,

Agata!

Guarda, stupisci...



com'è ridotto quest'uomo per te.

L'italiano "stupisci" si trasforma nel napoletano "stu pisci", evidenziato da un gesto.7

Sono stati studiati, e si vedono applicati nelle pubblicazioni enigmistiche, giochi ibridi, che partecipano dello schema di questo "trema-re-tre/mare" e di quello di ->? alcune-lacune o di quello di -*> marchesa-maschera (nella classificazione dei giochi di parole punti J e K), oppure dello schema di questo "tremare-tre/mare" e di quello di -»? tempio-empio (nella classificazione dei giochi di parole punto Q). Ibridi con J e K:

- AGO + polo = ApoloGO (schema AB + x = AxB; questo gioco è chiamato dagli enigmisti italiani "incastro");

- ALBE + fato = ALfaBEto (schema AB + xy = AxBy; questo gioco è chiamato dagli enigmisti italiani "sciarada alterna");

- PANNA + ladra = PAlaNdraNA (schema ABC + xy = AxByC; questo gioco è chiamato dagli enigmisti italiani "intarsio");

- CERVI + cardi + versi - CERcar diversi (schema AB + xy + z -Ax yzB: questo gioco è chiamato dagli enigmisti italiani "sandwich"). Ibridi con Q:


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